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Giustizia e democrazia sono tra le parole più masticate dai media e dalla politica, parole abusate. Ma cosa significa per davvero rischiare la vita in nome dei diritti umani? Mariana Cook lo racconta attraverso i ritratti di chi quelle parole ha deciso di riempirle di azioni trasformandole nella base solida su cui esistere. E resistere.

È un catalogo degli eroi contemporanei quello proposto dalla fotografa newyorkese e pubblicato in Italia da Damiani.

Cook ha girato il mondo per andare a fotografare e intervistare uomini e donne che hanno preso posizione e continuano a farlo ogni giorno contro dittature, soprusi e violazioni di diritti. Sono avvocati, giudici, storici, politici, giornalisti o attivisti. Ci sono anche scienziati, filosofi e religiosi. Li accomuna l’aver lottato o il continuare a lottare in nome di un bene universale costantemente calpestato, e lo sguardo fiero di chi sa di essere nel giusto. Uno sguardo che ha visto orrori e sofferenze ed è stato pronto a sbarrargli la strada rimanendo, nonostante tutto, leggero. Perché più di ogni altra cosa è la leggerezza sui volti di queste persone a turbare chi le osserva e ne apprende la storia, ma si tratta di un turbamento che infonde meraviglia e dà coraggio.

L'attivista tibetano Takna Jigme Sangpo, ex prigioniero politico, immortalato tra un ammasso di rovi e un muro di cemento scrostato, o l'avvocatessa statunitense delle vittime di guerra Sara Holewinski, ritratta in un paltò avvitato in posa da modella, pur così diversi trasmettono entrambi, con le loro storie e il loro messaggio, la certezza che l'uguaglianza non è massificazione. Soffermandosi sulle loro foto e su quelle di tutti gli altri protagonisti del libro ci si può convincere che un mondo di persone profondamente diverse ma che si rispettano sulla base di valori universali e inviolabili sia ancora possibile.

Nei ritratti di Mariana Cook non si riconoscono il volti delle figure politiche che solitamente affollano giornali, riviste e rotocalchi televisivi. Ma è proprio dietro all'anonimato mediatico di questi uomini e donne che cammina la Storia. Sono loro le Facce della rivoluzione dei diritti umani, la più lenta delle rivoluzioni, che passa dal Bill of Rights del 1689 alla Dichiarazione d'Indipendenza americana (1776) a quella dei Diritti dell'uomo e del cittadino elaborata in Francia nel 1789. A distanza di secoli, quelle istanze hanno ancora bisogno di essere ribadite e protette e per fortuna c'è chi lo fa con consapevolezza e devozione.

Perché, sì, è sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ma date le condizioni attuali è soprattutto a eroi di questo tipo che il mondo deve le basi del vero progresso.

CREDITI

Titolo: Justice. Faces of the Human Rights Revolution / Autore: Mariana Cook / Editore: Damiani / Pagine: 216 / Illustrazioni: 99 / Prezzo: euro 40 / Anno: 2013 (febbraio) / ISBN: 9788862082617

Justice. Faces of the Human Rights Revolution.

Tv... (tb?)

La televisione è un medium e come tale evoca fantasmi.

Ora che sono passati molti anni, di fronte al tubo catodico, mi sto ricordando di quel remoto pomeriggio in cui mio padre mi portò a comprare un televisore. Un Mivar non-so-quanti-pollici a colori, di un grigio tipico dei primi anni Ottanta con un cassettino pieno di tasti colorati che avevo paura a schiacciare.

Avrò avuto tre anni. Allora credevo che Paolo, Manuela e Uàn vivessero dietro a quello schermo ed ero convinta che da grande li avrei potuti prendere e tenere in tasca. Meno confortante era pensare che, per lo stesso motivo, un giorno sarei potuta finire in quella casa dalle pareti mobili in cui una bambina moriva schiacciata dal muro della sua cameretta con un orsacchiotto tra le braccia. Eppure, da allora, la scena della mano ectoplasmatica che usciva dal televisore di quella casa infernale ho sempre continuato a sperare di viverla in prima persona, un giorno o l'altro. Non mi era bastata l'esperienza sublime di averla vista in tv.

Poi il tasto d'accensione di quel Mivar non l'ho più premuto per un bel po' d'anni. La tv era diventata il nemico a cui volgevo sguardi avidi solo quando mi presentava i suoi Avanzi e i loro derivati. La snobbavo, le blateravo addosso. Fu allora che mi illusi che nella vita avrei soprattutto scribacchiato.

Fu per scribacchiare qualcosa che un bel giorno mi misi a pensare sul divano. In quel momento ero del tutto incurante del fatto che la scatola catodica fosse di fronte a me. Era grigia, muta. Ma la mano ectoplasmatica mi prese in un attimo: lo schermo mi inghiottì. Non dissi una parola. Presi i nuovi Paolo, Manuela e Uàn, iniziai a farli muovere e parlare come si fa con i burattini, e da lì non uscii più.

Nessun elemento della sua vita riusciva più a incastrarsi con tutti gli altri, come in una colonnina del Tetris non risolta e ormai satura di blocchetti ammassati. Li aveva visti scendere uno a uno, li aveva visti schiacciarsi inesorabilmente in direzione della base, e le parti convesse troppo raramente si erano infilate in quelle concave permettendole di guadagnare spazio vitale. Ormai sentiva soltanto il ronzio angosciante del Game Over.

 Attacco di scoria  (Scoria #3)  GAME OVER

E arriveranno gli acari
a nutrirsi delle nostre scorie
d'amore.

Acari

api lucciole lavanda ortica sassi polvere asfalto consumato caldo... LA VITA bosco in lontananza bicicletta nessun marciapiede orizzonte

Cretti
SCORIA #2 (Corpo)

“Se vuoi puoi fermarti a dormire qui stanotte”, disse lei distanziandosi e girandosi dall’altra parte.

“È l’invito più ridicolo che io abbia mai sentito”, fece lui sfilando via dal letto, attraversando il corridoio e chiudendosi alle spalle il portone di casa. Effettivamente, era chiaro che non si trattasse proprio di un invito, ma di una forma di cortesia anche piuttosto forzata, e del resto il rifiuto la fece sentire come se le mancasse un pezzo. Però, nel profondo, era sollevata.

Eppure lei lo aveva amato intensamente, un tempo. E non si spiegava come mai adesso non riuscisse a sopportare la sua presenza, e più che altro il suo odore. Sì, perché era l’odore e il sapore di lui che la inducevano a stargli lontana. Così, nel buio di sotto le coperte lei già meditava con gusto le manovre con cui la mattina dopo avrebbe spalancato la finestra, cambiato le lenzuola e rinfrescato ogni angolo dove lui aveva appoggiato il cappotto, la sciarpa i vestiti. Pensò anche che era incredibile quanto la porosità di un tessuto, o del legno dei mobili, o dei muri di una casa potesse intridersi di odori e sapori che a loro volta emanavano sensazioni. Pensò che non riusciva più a sopportare tracce olfattive di lui nella sua stanza. E poi pensò che era una stronza, per aver avuto simili pensieri su un uomo per lei così caro e importante. Tuttavia, era certa di detestare l’afflato di fumo misto a vino che lui le aveva impresso baciandola e che adesso le impastava la bocca. Se lo sentiva addosso ovunque, visto che lui non aveva risparmiato di scandagliare un solo centimetro del suo corpo con la lingua. Si sentiva sporca e appiccicosa e si pregustava, immaginandola, la doccia del giorno dopo, che goccia a goccia avrebbe fatto scivolare via dall’imboccatura del tubo quella pellicola che le rivestiva la pelle. Rimuginava anche sul momento purificatore in cui avrebbe immerso nell’acqua calda e sapone il vestito di lana che aveva ancora addosso quando lui le era venuto incontro sotto casa e poi dentro, sul suo letto, con la prepotenza disperata di chi sa di aver perso quello che prima possedeva. Il lavaggio avrebbe trascinato via ogni traccia di lui. Perlomeno fuori dal corpo di lei.

Il corpo! Quella sera, lei aveva capito che le decisioni che non riusciva a prendere arrampicandosi tra i pensieri e lambiccandosi nei ragionamenti le avrebbe prese ascoltando le reazioni di quel fedele involucro.

SCORIA #1 (Sottovuoto)

Aveva deciso di impacchettare la sua memoria. Avrebbe buttato in uno scatolone ogni attimo di quella storia marcia e ormai ridotta a brandelli. Pezzi di giorni andati, frammenti di visioni che continuavano a palesarsi ai suoi occhi, ombre e colori e voci alle quali ancora si illudeva di poter rispondere, magari riuscendo a modificare il corso degli avvenimenti. Avrebbe scelto uno di quei grossi cartoni che di solito accatastano tra i rifiuti dei supermercati, l’avrebbe riempito il più possibile, poi l’avrebbe sigillato con del nastro adesivo e per finire lo avrebbe anche legato con lo spago. Ma poi aveva pensato che quel cartone polveroso e preda dell’umidità avrebbe avuto un brutto impatto estetico sul catalogo dei suoi ricordi.

Allora aveva deciso di sostituirlo con una brillante scatola di plexiglas, di quelle trasparenti e dall’aspetto leggero che piacciono tanto agli architetti e ai designer; in questo modo la sua memoria avrebbe assunto l'aspetto sintetico e glaciale di certe opere d'arte contemporanea. Avrebbe acquisito dignità ed eleganza. Sarebbe apparsa come una ricca e affascinante collezione di oggetti vintage, come quelle scarpe e quelle borsette delle nonne che ormai fanno schifo anche a loro ma che indossate dalle nipoti con un abitino trendy le rendono delle ultrafiche. Però non voleva nemmeno regalare questo aspetto così intrigante alla sua memoria, perché sarebbe diventata una potente insidia: il plexiglas, anche se freddo e asettico, avrebbe trasformato i ricordi in una raccolta di reliquie da contemplare, e l’unica cosa che desiderava era non contemplarla mai più.

Aveva fame e si diresse verso il frigorifero. Fu tirando fuori quel pacchetto smilzo di carne senza vita, confezionata in modo da far passare la fame anche a un lupo, che pensò all’unica soluzione possibile: il sottovuoto.

Una scoria d'amore

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